La creatività

Tanto è controversa la materia che si incontra quando si cerca di descrivere in cosa consista la creatività che, se essa avesse un volto, sarebbe di certo un volto misterioso, vagamente percepito nel buio o celato da un velo, attraverso il quale si potrebbe scorgere solo qualche tratto fuggevole che alla memoria risulterebbe quale una perturbante e familiare impressione… Per il senso comune il termine “creativo” rimanda quasi in modo esclusivo a certe categorie di individui, gli artisti - pittori, cantanti e attori - e i “creativi”, che attualmente sono presenti anche in numerose realtà lavorative, dal design d’avanguardia alla moda, dal marketing al coaching. Professione: creativo, “chi mostra particolari doti di inventiva e originalità”(Zingarelli,1995). Generalmente queste persone sono ammirate per il loro “dono”, la loro immagine estrosa e originale ma, allo stesso tempo, guardate con sospetto per le stranezze che le caratterizzano nella vita e nei rapporti. Questo fenomeno sembrerebbe decretare una spaccatura tra chi ha la fortuna e la sfortuna di essere posseduto dal demone della creatività e chi non ha tale fortuna, anzi la invidia pur diffidandone. Ma la creatività è veramente un “dono”? E’ dunque definibile e inquadrabile in senso qualitativo e quantitativo? Ritornando alla definizione accennata nell’introduzione, ciò su cui risulta significativo porre l’accento è che il sostantivo “creatività” in sé faccia vacillare, virando l’attenzione su esemplificazioni di persone che ne sarebbero “dotate” e sui prodotti creativi, e spinga verso quel volto enigmatico di cui sopra, poiché, scrive Marchianò (1988): “la nostra imputata sembra sottrarsi ogni volta alla presa di queste definizioni, come una preda “troppo” vicina al cacciatore perché egli possa mai mettere in atto un’efficace manovra di cattura. In realtà cacciatore e preda, soggetto e oggetto dell’indagine sono in questo caso un tutt’uno e occorre un acuto spirito di osservazione, una sorta di ascetico distacco”. Inoltre “La creatività è multiforme. Ora assume una forma, ora un’altra. E’ come uno spirito abbagliante che appare a tutti noi, ma è difficile a descriversi perché le voci non concordano su quel che si è visto nel lampo brillante” (C.P. Estès, 1992).

Il processo creativo
Il processo creativo

Il processo creativo, dopo queste prime chiarificazioni, si avvicinerebbe ad un’attività di traduzione, o meglio di simbolizzazione, di contenuti inconsci in contenuti della coscienza pensabili e quindi comunicabili all’altro da sè, senza la rimozione dei primi a favore dei secondi, attraverso la “cooperazione tra dati consci e inconsci” (Jung, 1916). Da qui il concetto elaborato da Jung di “funzione trascendente” come attività di unificazione degli opposti grazie alla quale i prodotti simbolici che ne derivano trascendono, superano la separazione tra Io ed inconscio, riconoscendo, per così dire, pari valore e diritto di esistenza ad entrambe le istanze. Attraverso tale funzione l’individuo, realizzando una sintesi creativa, ha l’opportunità di “creare se stesso” ed evolvere nel processo di individuazione grazie ad un dialogo costruttivo con l’inconscio ed attraverso la creazione di immagini simboliche, elementi che approfondirò nel seguito della trattazione. Focalizzandoci ora sul significato attribuito alla creatività, Hillman (1972) sottolinea che Jung, affrontando il tema degli istinti, introdusse l’idea che la spinta a creare appartenesse ai “cinque gruppi istintuali di base”( fame, sessualità, pulsione all’attività, riflessione e, appunto, istinto creativo). Ciò significherebbe che la creatività rappresenta un’attività imprescindibile e “la soddisfazione dei suoi bisogni un requisito per la vita”. Accettando tale prospettiva, la creatività, in quanto pulsione di base, è caratterizzata dalla “coattività” e può essere modificata dalla psiche in funzione di produrre immagini al fine del proprio soddisfacimento. Da ciò deriva, se non fosse ancora chiaro, che limitare la visione del creativo a “dono” di pochi individui sarebbe confonderlo con l’artistico, cioè a ciò che “è relativo alla produzione di prodotti culturali, oggetto di giudizio di valore o reazioni di gusto”(Zingarelli,1995). Dunque, ammesso e non concesso che l’artistico si accompagni sempre con il creativo, non è certo vero il contrario, sicchè l’istinto a creare “è dato a ciascuno di noi”. Ma creare cosa? Disse Jung “ Ma che cosa può creare un uomo se non gli è toccato di essere un poeta?...Se non hai proprio niente da creare, allora forse crei te stesso”. Dunque se il creativo non è un dono e appartiene a ciascuno come istinto, il suo status è quello di una riserva di “immensa energia la cui origine è al di là della psiche umana e che spinge a dedicarsi a se stessi… La creatività costringe alla devozione verso la propria persona nel suo divenire e porta con sé un senso di impotenza e una crescente consapevolezza del suo potere numinoso”( Hillman, 1972). Immensa energia e numinoso: ecco due aspetti nei quali ci si imbatte inseguendo il “creativo” e che diventano quindi delle immagini, degli universi ad esso “confinanti”... L’aspetto energetico della creatività pare ormai chiaro pensando ad essa come istinto che spinge alla “funzione trascendente” sopra accennata, e quindi alla realizzazione del Sé, ma pare anche evocare un invisibile legame con una dimensione più “universale” di energia. Scrive Montecucco (1985): “L’ energia vitale può essere vista come “materia sottile”… è la dea della natura, la madre delle culture primitive, è il principio della fertilità e dell’amore espresso mirabilmente nell’ideogramma cinese “T’c” che può essere tradotto letteralmente come “la forza della germinazione e della crescita”. La sua fortissima affinità per l’acqua è stata sublimata nel mito greco di Venere che esce dalle acque; è l’energia che muove la creazione usando il piacere, l’ estasi e l’attrazione sessuale… La natura, da cui l’uomo moderno sembra apparentemente escluso, è intrinsecamente e sostanzialmente strutturata sull’energia vitale e quindi basata sul piacere, la gioia e il desiderio di vivere”. Da qui un’accezione del concetto “creativo” che vira verso un’ energia istintuale primitiva e libera, tale da potersi definire “potere primordiale” (Hillman, 1972) sotto l’influenza dell’Ombra e dell’”oscurità irrazionale”. Interessante è notare che, in questa ottica, la pulsione creativa rappresenti necessariamente anche l’opposto aspetto di distruttività. Jung (1938) notò che “la creazione è tanto distruzione quanto costruzione” dal momento che tale pulsione ectopsichica, ossia originata da qualcosa che trascende lo psichismo umano, è più potente di quest’ultimo e da qui il pericolo dell’ annientamento. Inoltre “Ogni volta che la psiche è scossa violentemente da un’esperienza numinosa, v’è il pericolo che il filo, al quale si è sospesi, possa spezzarsi. Se questo accade c’è chi cade in un’affermazione assoluta, chi in una nagazione parimenti assoluta…Il numinosum è pericoloso perché attira gli uomini agli estemi, così che una modesta verità è considerata la verità…” (Jung, 1961) Ma, una volta riconosciuto tale rischio, come superarlo? Riuscendo forse a scorgere “il fascinoso volto” del creativo dentro di noi e iniziando a riconoscerlo come proprio ed imprescindibile dalla nostra essenza. Perché la creatività trasuda di tanto fascino? “Alcuni dicono che la vita creativa sta nelle idee, altri dicono che sta nei fatti. In molti casi pare trovarsi nel semplice essere… E’ l’amore per qualcosa, tanto amore – non importa se per una persona, una parola, un’immagine, un’idea, la terra o l’umanità -, con la cui profusione non si può che creare. Non è una questione di volontà, né di un singolo atto di volontà; semplicemente si deve” (C.P. Estès, 1992) Forse è proprio questa la chiave di lettura: la creatività e la sua numinosità, che ci spinge al sacro “impersonalmente inteso” (Zingarelli, 1995) e che ci atterrisce con la sua immensa carica energetica, sono, per così dire, semplicemente delle caratteristiche dell’essere. In questo senso il divino, che la cultura ha pesantemente scisso dal reale , non dimora fuori dall’uomo bensì gli appartiene in quanto essenza che attraversa la materia. Jung (1961) a questo proposito, scrive ancora: “E’ importante avere un segreto, una premonizione di cose sconosciute. Riempie la vita di qualcosa di impersonale, di un numinosum. Chi non ha mai fatto questa esperienza ha perduto qualcosa di importante. L’uomo deve sentire che vive in un mondo che, per certi aspetti, è misterioso; che in esso avvengono e si sperimentano cose che restano inesplicabili…”, intendendo per numinoso “l‘inesprimibile, il misterioso, il terrificante, l’ internamente diverso, quella qualità direttamente sperimentabile che appartiene solo al divino” (1961). L’origine dell’ ”esilio forzato degli Dei” o della “Vana fuga degli Dei”, come direbbe Hillman, è di certo da rintracciarsi nella loro natura di per sé duplice: il numinoso eleva sì, permette una visione allargata e la liberazione di significati prima oscuri ma allo stesso tempo si accompagna al “tremendum” che fa perdere il controllo, annienta e confonde la coscienza e conseguentemente incute paura… Ma l’essenza della materia è questa e, nota Morelli (2008), “cosmiche sono le forze che guidano il nostro essere. Non siamo mai i protagonisti, sono le energie ancestrali che ci abitano a condurre la danza della nostra vita. Da parte nostra dobbiamo imparare con i nostri pensieri, coi nostri ragionamenti, con il nostro Io, a non disturbare il nucleo, che ci sta incessantemente creando”. Quindi, dove c’è il fascino di un divino spirituale c’è necessariamente anche un forte sentire passionale: una forte spinta verso l’alto e contemporaneamente verso il basso che sono da “comprendere”, prendere con sé, in quanto naturali. All’uomo è dato di dare e darsi un senso e il mezzo che possiede è se stesso e la sua potenzialità di creare simboli. “Scriveva Einstein nel 1918 :’L’ uomo cerca di formare per se stesso, in qualunque modo gli sia opportuno, un’immagine del mondo semplificata e chiara, e in tal modo di sovrastare il mondo dell’esperienza sforzandosi di sostituirlo in una certa misura con questa immagine… all’interno di questa immagine e nella sua formazione egli colloca il centro di gravità della sua vita emotiva… e il sentimento di base che rende capace l’individuo creativo delle sue piene realizzazioni è affine a quello del mistico e dell’innamorato’ Quale sia questo sentimento di base , è l’incognita di un problema che concerne la realtà poetica della mente” (Marchianò, 1988), quando per poetica intendiamo proprio la capacità di produrre da sé, dal greco “pòiesis”: produzione, poesia, e “di muovere l’animo e di suscitare emozioni, sentimento, fantasie” (Zingarelli, 1995). Divino, poetica e innamoramento. E così torniamo alla questione del processo creativo come “realtà della mente” che si crea da sé, spinta da un istinto che è anelito all’ unione degli opposti, alla totalità, all’individuazione, secondo la concezione junghiana di “funzione trascendente”: “ con il nome di funzione trascendente non si deve intendere niente di misterioso, di sovra sensoriale o di metafisico per così dire, bensì una funzione psicologica che, data la sua natura, può essere paragonata a una funzione matematica che ha lo stesso nome, ed è una funzione di numeri immaginari e reali. La funzione trascendente psicologica risulta dall’unificazione di contenuti consci e contenuti inconsci” (1938). Di più: la parola stessa “creatività” è “diventata un simbolo concettuale che racchiude proiezioni di speranza e di libertà individuale”(Hillman, 1972) e dunque, per via della sua natura simbolica, che unisce, non merita di essere sezionata e racchiusa in definizioni bensì sfiorata e goduta attraverso le immagini che da essa emanano. Pare opportuno, a questo punto, soffermarci sul significato di “amore” e “passione”, termini che nel corso della trattazione sono apparsi, pur implicitamente, per sottolineare la grande carica energetica della materia che si sta affrontando. Ci avviciniamo così al tema dell’ eros inteso come tutto ciò che riguarda i mondi del piacere, dei quali la sessualità è solo un aspetto legato alla genitalità, eros che quindi rappresenta uno stato di eccitabilità psicofisica alla ricerca di una gratificazione sia fisica, se gli stimoli che lo provocano toccano la sensorialità, che mentale, se gli stimoli invece toccano lo stato di coscienza. Erotismo che è base del desiderio e del piacere del corpo e della mente “innamorata” nella sua attività “poetica” di simbolizzazione nella filosofia, se l’amore è per il sapere, nella narrazione del mito, se l’amore è per le origini, o nella poesia, se l’amore è per le parole… eros che è anche e soprattutto Eros mitologico, di cui tra poco tratteremo. “Sì perché Eros è la casa della magia, della fiaba, della leggenda, del mito, di una nuova vita. Solo l’anima erotica sa essere magica” (Morelli, 2008).

"Cosa" spinge l'uomo a creare?
Creazione emotiva

Dunque per affrontare l’argomento, con necessario e saggio distacco, conviene cambiare il punto di osservazione. Un accorgimento consisterà, in questa sede, nello spostare inizialmente lo sguardo dal sostantivo “creatività”, ormai assurto a personaggio enigmatico ed evocativo, al verbo “creare” che deriva dal latino “creo”:”produrre, fare dal nulla”, e a sua volta, a “creor”:”crescere”. Da qui il quesito diventa: cosa spinge l’uomo a creare? Come funziona tale processo? E in ultimo, benché non meno importante, cosa cresce o, meglio, accresce? Freud (1938) fu il primo a cogliere l’origine del processo creativo nell’inconscio personale e ad interpretarlo come via per integrare il mondo fantastico nella realtà, creando un prodotto originale. La “spinta in avanti” verso il prodotto creativo sarebbe il sentimento della nostalgia dello stadio fusionale primitivo con la Madre e lo scopo di tale attività sarebbe quello di stabilire un “rapporto tra mondo immaginario e realtà” attraverso la simbolizzazione di contenuti inconsci Secondo Freud poi, accanto a questo aspetto da lui definito “Eros”, coesisterebbe anche il suo contrario, “Thanatos”, volto all’aggressività verso l’oggetto e alla distruzione… Dunque: “l’elaborazione della fantasia inconscia e primitiva, per il tramite delle emozioni, si serve delle esperienze con l’oggetto, dei sentimenti e dei desideri, dando loro forma e creando un simbolo” (Maltempi eZavettieri, 1999). Secondo tale prospettiva, il campo di prova della creatività sarebbe il gioco spontaneo del bambino e grazie a tale esperienza essenziale si sperimenterebbe quell’area intermedia e creativa tra il processo primario e la prova di realtà che Winnicott (1971) definisce come fenomeni transazionali. “Attraverso il lavoro creativo”, sottolineano ancora Maltempi e Zavettieri(2008),” e la possibilità di mettersi in gioco si costituisce un ponte invisibile che collega tra loro due mondi: l’interno e l’esterno, il diurno e il notturno, il conscio e l’inconscio”.